Giulia Nelli

Artist
Legnano
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BIOGRAFIA
Giulia Nelli (Legnano, 1992), mi sono laureata all’Accademia di Belle Arti di Brera e ho conseguito il Master IDEA in Exhibition Design del Politecnico di Milano. Analizzo la relazione di ciascun uomo con l’ambiente naturale e sociale, nella convinzione che sia necessario ricostruire i legami che, resi liquidi dai nuovi mezzi di comunicazione, necessitano di trovare nuovo senso nella vita reale. Ho vinto la 9° edizione del Premio Cramum (2022) e ho esposto in istituzioni nazionali e internazionali: Museo Costume Moda Immagine di Milano (2023), Fondazione Dino Zoli di Forlì (2023), Museo Diocesano di Brescia (2023), GASC-Galleria d’Arte Sacra dei Contemporanei di Villa Clerici di Milano (2023), Castel Belasi di Campodenno (2023), Chiesa dello Spirito Santo di Govone (2023), Spazio Archeologico Sotterraneo di Trento (2022), Fondazione Vittorio Leonesio (2022), Museo del Tessile di Busto Arsizio (2022), Museo della Permanente di Milano (2021 e 2024), Museo MISP-Museo dell'Arte del XX e XXI secolo di San Pietroburgo (2020) e Musée de la Dentelle a Caudry (2019). Nel 2024 ho esposto nella mostra bipersonale FUORI DA DENTRO, a cura di An Paenhuysen e Mengyin Wang alla Galleria ARTRA di Milano e ho partecipato a Connexxion. Festival Diffuso di Arte Contemporanea, a cura di Livia Savorelli all’ex Carcere Sant’Agostino di Savona. L’installazione Tra radici sopite e arida pietra è entrata a far parte della Collezione Antropocene del MUSE - Museo delle Scienze di Trento.
Le opere nascono da un processo di contaminazione tra il mondo degli oggetti di consumo, nello specifico i collant femminili, e l’arte tessile: i materiali utilizzati, sempre di scarto o di riuso, prevedono accanto a tessuti naturali - come per esempio quelli in lino, dal forte valore metaforico, legato alla purezza, al sacro e al mistero della vita e della morte - materiali di origine industriale che rappresentano la realtà produttiva dell’uomo. Ritengo, infatti, che di fronte all’eredità ricca e minacciosa lasciata dall’era post-industriale che coniuga progresso e catastrofe, sia interessante un’estetica di integrazione e di ibridazione di figure e di materiali appartenenti all’ambiente e alle attività umane, in modo da incentivare a guardare oltre il caos dei segni accumulati dall’attività umana sul territorio e creare un nuovo equilibrio uomo-natura.
Prediligo l’uso del nero perché conferisce alle opere eleganza, incisività, essenzialità e purezza formale. Il suo valore simbolico, legato alla terra e alle tenebre delle profondità abissali, mi consente di caricare di mistero e di tensione la rappresentazione del sottosuolo, così come dell’interiorità più profonda dell’io. L’uso del nero non vuole, quindi, creare atmosfere tetre in un’esaltazione delle negatività, bensì intende rappresentare la naturale drammaticità insita nella vita e le paure che troppo spesso imprigionano la bellezza in nere trame di sovrastrutture e muri eretti a difesa del proprio io.
Nelle grandi installazioni site-specific pur utilizzando un materiale moderno e forme contemporanee portano in sé la memoria di antichi gesti: fare, disfare, annodare e riannodare è la storia e l’immagine della vita, è l’abilità che permette alle donne delle mitologie di tutte le popolazioni antiche di ricongiungere in un’unica trama emozioni, parole e silenzi, storie e legami, memorie e speranze per il futuro. Le installazioni risultano essere di forte impatto grazie alla matericità che assume il lavoro, all’atmosfera di meraviglia creata dal gioco di trasparenze e di ombre sviluppato nello spazio e grazie alla possibilità di far interagire i visitatori con l’opera stessa, facendoli partecipi di un’esperienza il più possibile immersiva.
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