Il viaggio di Irene: La pace come frammento ricomposto

opera
Il viaggio di Irene: La pace come frammento ricomposto
Il viaggio di Irene: La pace come frammento ricomposto
categoria Scultura
soggetto Figura umana
tags Irene, pace, guerra, ali, vita
base 50 cm
altezza 50 cm
profondità 30 cm
anno 2016
Titolo: “Il viaggio di Irene: la pace come frammento ricomposto”
Autore: Elisabetta Accoto
Anno di realizzazione: 2016
Tecnica: Scultura mista e mosaico

Quest’opera, costruita con materiali eterogenei, mosaico, pietra, terracotta e oro, raffigura un volto umano dalle fattezze solenni e dalle espressioni intense, incorniciato da quattro frammetni grandi ali dorate. È un volto che sembra emergere dal tempo, un simbolo universale che unisce la terra e la luce, il sacro e l’umano. Attraverso questa figura possiamo leggere il lungo viaggio della pace, personificata dalla dea greca Eirēnē (Irene), dall’antichità fino ai nostri giorni: un cammino attraverso i secoli, le civiltà e le metamorfosi dell’animo umano.
Nell’antica Grecia, Irene era la dea dell’armonia e della concordia, figlia di Zeus e di Temi, la legge divina. La sua immagine rappresentava l’equilibrio tra il cielo e la polis, tra il destino e la volontà dell’uomo. Nel volto mosaicato dell’opera, Irene sembra rinascere da quelle origini: ogni tessera, diversa per forma e colore, richiama l’idea della polis, dove la pace nasce dal dialogo tra le differenze. L’oro che circonda il volto rievoca la luce olimpica, segno di ordine e misura, mentre le fratture e le irregolarità introducono un elemento di tensione, ricordando che l’armonia è fragile, continuamente da conquistare.
Attorno, le grandi ali dorate spezzate, luminose e ferite dalle guerre, non sono solo ornamento: sono la tensione tra fragilità e speranza. Il loro oro consunto riflette la luce che sopravvive al tempo, un bagliore che parla di rinascita.
In esse vive anche il richiamo alla dea Nike, la Vittoria di Samotracia, simbolo di slancio e libertà. Come le ali della dea, queste rappresentano la forza del movimento e dell’elevazione spirituale: sono il desiderio dell’animo umano di liberarsi dal peso della materia, di superare la distruzione per rinascere alla luce. Le ali diventano così emblema di libertà conquistata, di vittoria interiore che accompagna il cammino della pace.
Oggi, Irene è ancora tra noi, ma il suo volto ha cambiato forma. È quello dell’opera stessa: umano, imperfetto, multiforme. Le tessere spezzate sono le cicatrici della storia, ma anche i segni della sua capacità di rinascere. Irene, la dea antica, non parla più soltanto ai popoli, ma all’uomo individuale, chiamato a ricostruire sé stesso e il mondo dopo la distruzione. Le ali, pur splendenti, appaiono pesanti: è il peso della responsabilità che grava su ogni generazione nel custodire la pace come valore collettivo.
Le sue tessere non sono più simboli di ordine, ma frammenti di identità diverse che convivono nello stesso spazio. L’oro continua a brillare, ma ora rappresenta la luce interiore di un’umanità consapevole della propria fragilità. La pace non è più un dono divino ma un processo quotidiano, fatto di dialogo, memoria e ricostruzione.
Il viaggio di Irene, iniziato nell’antica Grecia, si compie dunque nel presente come riflessione sulla condizione umana. Il volto mosaico, con le sue imperfezioni e la sua bellezza spezzata, diventa la testimonianza di una pace che resiste nel tempo, trasformandosi con l’uomo e dentro l’uomo. Le ali dorate rappresentano la possibilità di elevarsi, ma anche la fatica del volo; l’oro e la terra convivono come simboli di spirito e materia, di divino e umano.
Mi viene da pensare l’opera in questo luogo dove regna il silenzio solenne delle forme e delle memorie, la gipsoteca. Ma proprio in quel silenzio, questa figura vuole “fare rumore”: il rumore dell’umanità che ancora cerca la pace, del pensiero che si muove, del cuore che resiste. È un’eco di vita dentro uno spazio di quiete, un invito a non restare muti di fronte alla storia.
In questa opera, la pace non è una meta, ma un viaggio: il viaggio di Irene attraverso i secoli, dalla sacralità olimpica al mondo complesso e fragile di oggi. È il cammino dell’umanità stessa che, pur tra contraddizioni e fratture, continua a cercare la propria armonia, costruendo con le sue mani un volto nuovo della pace, un volto che ci assomiglia, e che continua a guardare verso la luce.
Oggi Irene non cammina più tra i templi della Grecia, ma tra le nostre città, dentro il silenzio inquieto del mondo. È una presenza che ci interroga: quanta pace siamo disposti a custodire, quanta memoria a tramandare. Il suo volto, rinato dai frammenti, diventa specchio del nostro tempo, un tempo in cui la pace non è dono degli dèi, ma scelta fragile e quotidiana dell’uomo.
Nel suo sguardo si intrecciano le voci dei popoli, le speranze dei migranti, il canto sommesso delle culture che cercano ancora un luogo d’incontro. Irene continua il suo viaggio, non più come mito, ma come impegno vivo: la pace che rinasce ogni volta che qualcuno sceglie di ascoltare, di comprendere, di ricomporre.
Forse la pace non è un dono eterno, ma un mosaico fragile che ogni generazione deve imparare a ricomporre. Irene non è più un mito: è il nostro sguardo quando scegliamo di non avere nemici.
È un invito a riconoscere la bellezza della pluralità, a vedere nell’oro e nella terra, nello spirito e nella materia, la possibilità di un equilibrio sempre nuovo: un volto di pace che ci assomiglia.
Elisabetta Accoto

artista
ElisabettAccoto
Artista, Roma
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