opera
I wish I weren’t afraid, and yet I am terrified
| categoria | Video |
| soggetto | Politico/Sociale |
| tags | |
| minuti | 17 |
| secondi | 35 |
| anno | 2025 |
Ho scelto l’argilla in uno stato liminale, quasi in via di disfacimento. È una materia primordiale, pronta a
ricevere il gesto e a trattenere la sua traccia. Non ho scritto, ho colpito. Non ho inciso, ho lasciato che la mia
mano affondasse, imprimendo parole e impronte in un’unica azione. Il mio intento non è decorativo, né
espressivo in senso romantico. È archetipico. Ciò che rimane sulla parete non è una calligrafia, ma una
memoria, simile alle pitture parietali del Neolitico, dove l’essere umano affermava la propria presenza
attraverso il contatto diretto con la materia del mondo. Così, la mia frase non è altro che un atto inscritto
nella materia stessa. Questa affermazione, apparentemente intima, non è una confessione: è un enunciato
primario, che trae forza dalla sua dimensione viscerale. La paura non è qui un ostacolo, ma un punto di
partenza. È l’emozione fondamentale che precede la riflessione, quella che unisce ogni essere vivente e,
proprio per la sua radicalità, può diventare uno strumento critico. Il gesto che la genera è semplice e insieme
fondamentale: immergere le mani nella terra e scrivere. I margini della frase si confondono con le sbavature
dell’argilla, i bordi sono incerti, come incerti sono i confini tra il dentro e il fuori, tra l’io e il mondo. È
un’interrogazione lanciata nello spazio, un atto simbolico che si colloca al crocevia tra linguaggio e materia,
tra istinto e pensiero. Il carattere arcaico del mezzo, un impasto di fango e acqua, richiama il bisogno di una
forma pre-linguistica di affermazione. Prima della grammatica, prima della narrazione, c’è la pressione della
mano sulla superficie. C’è il corpo che cerca, nel contatto, una legittimazione dell’esistenza. In questa
tensione tra fragilità e necessità, il mio lavoro si colloca nel sollevare una riflessione su ciò che chiamiamo
emozione, su come il linguaggio ne tradisca la complessità, e su come, talvolta, solo la materia, nelle sue
forme più umili e instabili, sappia farsi veicolo di una verità che non è soggettiva, ma condivisa.
ricevere il gesto e a trattenere la sua traccia. Non ho scritto, ho colpito. Non ho inciso, ho lasciato che la mia
mano affondasse, imprimendo parole e impronte in un’unica azione. Il mio intento non è decorativo, né
espressivo in senso romantico. È archetipico. Ciò che rimane sulla parete non è una calligrafia, ma una
memoria, simile alle pitture parietali del Neolitico, dove l’essere umano affermava la propria presenza
attraverso il contatto diretto con la materia del mondo. Così, la mia frase non è altro che un atto inscritto
nella materia stessa. Questa affermazione, apparentemente intima, non è una confessione: è un enunciato
primario, che trae forza dalla sua dimensione viscerale. La paura non è qui un ostacolo, ma un punto di
partenza. È l’emozione fondamentale che precede la riflessione, quella che unisce ogni essere vivente e,
proprio per la sua radicalità, può diventare uno strumento critico. Il gesto che la genera è semplice e insieme
fondamentale: immergere le mani nella terra e scrivere. I margini della frase si confondono con le sbavature
dell’argilla, i bordi sono incerti, come incerti sono i confini tra il dentro e il fuori, tra l’io e il mondo. È
un’interrogazione lanciata nello spazio, un atto simbolico che si colloca al crocevia tra linguaggio e materia,
tra istinto e pensiero. Il carattere arcaico del mezzo, un impasto di fango e acqua, richiama il bisogno di una
forma pre-linguistica di affermazione. Prima della grammatica, prima della narrazione, c’è la pressione della
mano sulla superficie. C’è il corpo che cerca, nel contatto, una legittimazione dell’esistenza. In questa
tensione tra fragilità e necessità, il mio lavoro si colloca nel sollevare una riflessione su ciò che chiamiamo
emozione, su come il linguaggio ne tradisca la complessità, e su come, talvolta, solo la materia, nelle sue
forme più umili e instabili, sappia farsi veicolo di una verità che non è soggettiva, ma condivisa.











