opera
Post naturalia (Rubrum) + 10 tavole dell’Herbarium Neraria
| categoria | Pittura |
| soggetto | Paesaggio, Natura, Astratto |
| tags | |
| base | 114 cm |
| altezza | 162 cm |
| profondità | 3 cm |
| anno | 2026 |
Post naturalia (Rubrum) + 10 tavole Neraria Herbarium (Cuspidiflora atra, Ericoaculea bipupilliflora, Plumosa fragariae ciliata, Valviflora obscura, Bipulvilla rubra, Cyberpunica mutabilis, Papiliflora gemina, Tentaculiflora germinans, Striatiflora heraldica, Ovoydocalyx polydactyla)
2026
Acrilico e olio su tela + stampa digitale su cartoncino 300 gr
Tela di 162 x 114 cm e stampe di 28 x 20 ognuna.
Questo progetto si sviluppa all’interno del programma di residenza di Adema, a seguito dell’assegnazione del Residency and Acquisition Award nell’ambito della University Art Biennial di Palma di Maiorca e si configura come l’avvio di una nuova serie dell’Herbarium Neraria, in cui vengono introdotte dieci specie immaginarie, ciascuna definita attraverso una nomenclatura latina e una precisa identità formale. Queste piante non appartengono a un sistema naturale esistente, ma si configurano come entità ibride, a metà tra organismo botanico e struttura simbolica.
Il nucleo del lavoro si articola su due livelli: da un lato lo studio delle singole specie — concepite come elementi autonomi, ognuna con una propria morfologia e denominazione — dall’altro la costruzione di un ambiente complesso in cui queste stesse piante coesistono. Le dieci specie costituiscono quindi un sistema, e al tempo stesso un archivio, che trova nel dipinto realizzato durante la residenza la propria dimensione espansa.
L’intero ciclo è caratterizzato da una dominante cromatica unitaria: il rosso. Questo colore diventa il tratto distintivo delle nuove specie dell’Herbarium, annullando le distinzioni tradizionali tra le componenti del paesaggio.
Nel lavoro pittorico, le dieci specie sono presenti simultaneamente e diventano protagoniste di un ambiente post-umano: un ecosistema in cui acqua, terra e vegetazione condividono la stessa qualità cromatica e materica, come se fossero state fuse da un’unica combustione lenta e irreversibile. Il paesaggio appare così come un campo infuocato e sospeso, privo di respiro, in cui l’aria è assente o non più distinguibile.
In questo scenario, il cielo viene sostituito da un fondo che richiama la carta degli antichi erbari: una superficie neutra, archivistica, che introduce una tensione tra rappresentazione scientifica e dimensione apocalittica. L’elemento documentario, anziché registrare il mondo naturale, sembra averlo inglobato e sostituito.
Le piante non sono più oggetti di studio, ma presenze dominanti che si muovono nello spazio come simboli erranti, incorporando segnature estranee e assumendo nuovi contorni. Le loro forme — simmetriche, cuspidi, ramificate, talvolta organiche e talvolta quasi artificiali — costruiscono un lessico visivo che oscilla tra botanica e mutazione. In questo senso, l’Herbarium non è più un sistema di classificazione, ma un archivio di trasformazioni.











