opera
corpi defunzionali
categoria | Installazione |
soggetto | Politico/Sociale |
tags | chiodi, corpi, defunzionalizzazione, inadatto, floscio, gomma poliuretanica, calco |
base | 150 cm |
altezza | 215 cm |
profondità | 8 cm |
anno | 2019 |
Nel ciclo “Corpi defunzionali”, Pinelli destruttura il linguaggio della scultura per generare un corto circuito visivo e concettuale, in cui l’oggetto quotidiano, privato della sua funzione, diviene un’entità straniante e perturbante. L’artista agisce sul confine tra il riconoscibile e l’incongruente, trasformando il banale in qualcosa di nuovo, privandolo della sua utilità per restituirlo sotto una luce spiazzante.
La forza del lavoro risiede proprio in questa operazione di ribaltamento semantico: gli oggetti, normalmente associati a un preciso uso, appaiono inermi, afflosciati, esausti. Non sono più strumenti della quotidianità, ma corpi privati di energia, simulacri di un sistema di produzione e consumo che ha esaurito il proprio ciclo vitale. Qui l’artista non si interessa alla memoria affettiva dell’oggetto, ma alla sua alienazione graduale, alla sua trasformazione in un segno svuotato e silenzioso.
Una metafora dell’uomo contemporaneo, immerso in un sistema neocapitalista che impone il possesso, il consumo e l’obsolescenza come paradigmi dominanti. Gli oggetti diventano il riflesso di questa condizione: privi di funzione, si fanno corpi senza volontà, incapaci di reagire, testimoni della passività che pervade la società attuale. È un paesaggio di oggetti-corpi, di presenze sospese in uno stato di inazione, in cui il consumismo ha prodotto non solo una saturazione materiale, ma anche un’esistenza logorata dalla ripetizione e dalla perdita di significato.
In questo senso, Corpi defunzionali si configura come un’indagine critica sui valori sociali, politici e culturali del nostro tempo. L’oggetto non è più un semplice manufatto, ma il sintomo di un’umanità assuefatta, alienata, priva di partecipazione e di tensione verso il reale. Attraverso un’estetica del paradosso, Pinelli demolisce la familiarità delle cose per restituire un’immagine cruda della condizione contemporanea: un mondo in cui il possesso divora il significato, lasciando dietro di sé solo il vuoto della funzione perduta.
La forza del lavoro risiede proprio in questa operazione di ribaltamento semantico: gli oggetti, normalmente associati a un preciso uso, appaiono inermi, afflosciati, esausti. Non sono più strumenti della quotidianità, ma corpi privati di energia, simulacri di un sistema di produzione e consumo che ha esaurito il proprio ciclo vitale. Qui l’artista non si interessa alla memoria affettiva dell’oggetto, ma alla sua alienazione graduale, alla sua trasformazione in un segno svuotato e silenzioso.
Una metafora dell’uomo contemporaneo, immerso in un sistema neocapitalista che impone il possesso, il consumo e l’obsolescenza come paradigmi dominanti. Gli oggetti diventano il riflesso di questa condizione: privi di funzione, si fanno corpi senza volontà, incapaci di reagire, testimoni della passività che pervade la società attuale. È un paesaggio di oggetti-corpi, di presenze sospese in uno stato di inazione, in cui il consumismo ha prodotto non solo una saturazione materiale, ma anche un’esistenza logorata dalla ripetizione e dalla perdita di significato.
In questo senso, Corpi defunzionali si configura come un’indagine critica sui valori sociali, politici e culturali del nostro tempo. L’oggetto non è più un semplice manufatto, ma il sintomo di un’umanità assuefatta, alienata, priva di partecipazione e di tensione verso il reale. Attraverso un’estetica del paradosso, Pinelli demolisce la familiarità delle cose per restituire un’immagine cruda della condizione contemporanea: un mondo in cui il possesso divora il significato, lasciando dietro di sé solo il vuoto della funzione perduta.