opera
Da dove veniamo
categoria | Installazione |
soggetto | Politico/Sociale |
tags | abitazione , scale, semi, fusione, cemento , ottonesimiloro |
base | 105 cm |
altezza | 70 cm |
profondità | 9 cm |
anno | 2024 |
Nel panorama di una contemporaneità sempre più assoggettata a una percezione del tempo frammentata e alienata, il progetto “Il restauro del tempo” si inserisce come un atto di resistenza poetica, un tentativo di riappropriazione dei ritmi naturali e della loro sedimentazione nel quotidiano. In questa prospettiva si colloca “Da dove veniamo”, un’opera che interroga il rapporto tra natura e artificio, tra il gesto di conservazione e la memoria organica della materia.
L’artista raccoglie semi trasportati o digeriti dai volatili che, depositandoli sul terrazzo e sulla scalinata della propria abitazione, interrompono il ciclo naturale della loro germinazione. Questo processo di raccolta, che si rinnova ogni anno con la primavera e l'autunno, si carica di un significato rituale: i semi, simbolo della ciclicità della vita, della nascita e della morte, vengono sottratti all’oblio per essere trasformati attraverso una pratica di fusione. Calcati nella terra di fusione, essi cedono la propria forma a un nuovo corpo in metallo (ottone similoro), che ne preserva l’essenza in una trasfigurazione materica.
Il gesto si configura come un’azione di conservazione e di enfatizzazione: il metallo perpetua ciò che la natura aveva destinato al cambiamento, interrompendo il destino effimero del seme e conferendogli una nuova presenza scultorea. In questa trasposizione, il lavoro si pone come una riflessione sul ruolo dell’architettura umana nella modificazione dei processi naturali, ma anche come un tentativo di restituire visibilità a quei microeventi che scandiscono la temporalità organica del mondo.
“Da dove veniamo” è dunque un’opera che unisce gesto e memoria, una traccia fossile di un viaggio interrotto, che attraverso la pratica artistica viene ricollocato in una dimensione di persistenza e risignificazione.
L’artista raccoglie semi trasportati o digeriti dai volatili che, depositandoli sul terrazzo e sulla scalinata della propria abitazione, interrompono il ciclo naturale della loro germinazione. Questo processo di raccolta, che si rinnova ogni anno con la primavera e l'autunno, si carica di un significato rituale: i semi, simbolo della ciclicità della vita, della nascita e della morte, vengono sottratti all’oblio per essere trasformati attraverso una pratica di fusione. Calcati nella terra di fusione, essi cedono la propria forma a un nuovo corpo in metallo (ottone similoro), che ne preserva l’essenza in una trasfigurazione materica.
Il gesto si configura come un’azione di conservazione e di enfatizzazione: il metallo perpetua ciò che la natura aveva destinato al cambiamento, interrompendo il destino effimero del seme e conferendogli una nuova presenza scultorea. In questa trasposizione, il lavoro si pone come una riflessione sul ruolo dell’architettura umana nella modificazione dei processi naturali, ma anche come un tentativo di restituire visibilità a quei microeventi che scandiscono la temporalità organica del mondo.
“Da dove veniamo” è dunque un’opera che unisce gesto e memoria, una traccia fossile di un viaggio interrotto, che attraverso la pratica artistica viene ricollocato in una dimensione di persistenza e risignificazione.