Eh balla!

opera
Eh balla!
Eh balla!
categoria Grafica
soggetto Figura umana
tags memoria, Grotta dei cervi, Antropomorfo, Badisco, metallo, viaggio, anima, ancestrale
base 100 cm
altezza 40 cm
profondità 0 cm
anno 2002

Tecnica mista su lastra di metallo zincata
Dimensioni:100x0,3x40 cm
Anno:2002


Descrizione opere in metallo e simboli ancestrali:
L’idea di utilizzare una lastra di metallo nasce dal desiderio di evocare il ricordo di una lettera, di un messaggio scritto su un sottile foglio di carta, che nel suo viaggio attraverso terre lontane è divenuto testimone di gioie e dolori nel corso dei secoli.
L’uso di un materiale freddo e amorfo come il metallo sottolinea l’immagine di una lettera dimenticata, sostituita dalla moderna tecnologia. La scrittura rappresenta il seme della memoria, che viaggia come righe su un foglio: ricordi fissati nel tempo, cristallizzati e infine congelati nell’oblio, mentre la società insegue nuovi mezzi di comunicazione.
Il metallo, con la sua freddezza ferrosa, diventa così il simbolo della lenta e perpetua morte della lettera, trasformata in lapide.
Concettualmente, la lastra metallica si fa specchio della nostra anima: non riusciamo a rifletterci, perché ci è difficile distinguere la nostra identità, il nostro io più profondo.
Quando riaffiorano i flash della memoria, i ricordi si materializzano in segni e immagini primordiali che emergono sulla superficie fredda del metallo, affermando la volontà di riconoscere noi stessi.
A questo punto, i “fogli” di metallo diventano lettere del passato materializzate, contrassegnate da un timbro e dal segno della chiusura della busta: messaggi spediti all’umanità, senza un destinatario preciso, inviati perfino al mittente.
Le immagini, riprodotte con polvere di metallo e ruggine, si ricompongono in figure che raccontano una storia.
Il percorso artistico nelle opere segue un filo conduttore della memoria attraverso una ricerca di immagini elementari, primordiali, punto di partenza della scrittura, per raccontare un viaggio fantastico tra volontà e realtà, alla scoperta delle nostre radici.
Le immagini nelle due opere sono riprese dagli oltre tremila pittogrammi, realizzati con guano di pipistrello e ripresi dalla Grotta dei Cervi di Porto Badisco (Le), sito di grande interesse per l’UNESCO, non accessibile al pubblico, rappresentano le prime forme di scrittura: messaggi, o meglio “mappe concettuali”, risalenti al 3900 a.C., le più antiche in Europa.
Un linguaggio di simboli naturali, antropomorfi, astratti, zoomorfi, tracciati da uomini che scrivevano i propri desideri sulla roccia: uomini che volevano lasciare un messaggio, far viaggiare lettere di materia amorfa fino a noi.
Disegni e scritture che danzavano in una poesia rituale, giunta intatta sino ai giorni nostri, tradotta nel tempo su fogli di carta, poi racchiusa, incapsulata dall’evoluzione tecnologica, in involucri metallici.
Eppure, il cuore pulsante del segno è ancora vivo: continua a raccontare la nostra storia, la nostra vera identità, che non vuole morire.
Questa lastra metallica, apparentemente fredda e industriale, si trasforma in un archivio ancestrale, un palinsesto del tempo inciso con segni arcaici e figure danzanti. Le tracce incise non sono semplici decorazioni: sono memorie fossilizzate, sopravvivenze di gesti e linguaggi dimenticati che riaffiorano sulla superficie come eco di un passato remoto.
La linea superiore della lastra, occupata da una sequenza di simboli criptici, richiama l’idea di una scrittura originaria, un linguaggio pre-alfabetico che sembra sospeso tra comunicazione e rituale. Qui, la memoria non è lineare né razionale, ma corporea, tribale, mitica. È un tempo che non scorre ma ritorna, si ripete come un canto o una danza sacra.
Le tre figure antropomorfe incise nella parte bassa appaiono come esseri in movimento — forse danzanti, forse in lotta, forse in celebrazione. I loro corpi contorti e simbolici sembrano evocare un’energia ancestrale: la memoria del corpo, della festa, del rito. Sono figure senza tempo, al di fuori della storia e della narrazione, icone di un'umanità primitiva ma eterna, che attraversa le epoche con la stessa urgenza di esistere e lasciare traccia.
L’uso del metallo, materiale resistente alla corrosione del tempo, accentua il contrasto tra la fragilità della memoria e la permanenza del supporto. È come se l’artista volesse cristallizzare un momento, renderlo eterno, pur sapendo che ogni memoria è selettiva, imperfetta, e destinata a trasformarsi. Il metallo diventa una pelle, un supporto che registra la traccia di ciò che fu, senza interpretarlo, come un fossile inciso con cura.
Il titolo, "Eh balla", introduce una tensione ironica e poetica. Ci riporta al presente, al linguaggio quotidiano, ma allo stesso tempo sottolinea la vitalità del gesto. È un invito a muoversi dentro il tempo, a danzare con la memoria, non solo conservarla. La danza qui non è solo un atto estetico, ma una forma di resistenza al tempo, un modo di ricordare attraverso il corpo, il ritmo, il movimento.

Quest’opera non parla solo del passato, ma dell’urgenza contemporanea di non dimenticare. È una riflessione sulla memoria come atto attivo, sul tempo come spazio non lineare, dove il presente e l’antico si sfiorano, si fondono, e si traducono in gesto, segno, ritmo.
È un rito inciso nella materia, che ci ricorda che dove c’è memoria, c’è vita — e forse, anche ballo.



Elisabetta Accoto
artista
Elisabetta Accoto
Artista, Roma
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