opera
Idrofobia di Stato senza guinzaglio
categoria | Pittura |
soggetto | Politico/Sociale |
tags | assoggetazione, cane robot, controllo, tecnologia, doppio, inorganico |
base | 108 cm |
altezza | 104 cm |
profondità | 5 cm |
anno | 2020 |
Olio su tela
‘Modernizzazione’ è nome che viene dato a una definizione e rigida e servile del possibile.
Alain Badiou
L’opera, realizzata ad olio su tela, rappresenta un gruppo di persone con lo sguardo rivolto verso l’alto ad osservare la figura, frammentata e scomposta, di un ‘cane robot’, automa che in alcuni paesi asiatici è divenuto strumento di controllo del rispetto delle disposizioni anti-pandemia.
Alla destra si intravede la forma evanescente di un cane, simulacro dell’essere biologico, dell’animale vivente, estromesso e obliterato dal suo surrogato tecnologico.
L’intento è quello di soffermare l’attenzione sul rapporto tra le persone e le macchine che si è venuto a creare in ragione della situazione emergenziale indotta dalla pandemia. L’immagine parcellizzata della ‘macchina’ rimanda non solo all’automa giallo-acceso introdotto dai governi orientali a presidio della sicurezza in luoghi aperti, ma a tutti i mezzi meccanici e tecnologici che in questo difficile periodo hanno assunto le più varie funzioni. Essa incombe sugli esseri umani, che si trovano in una posizione sottomessa, di soggezione e, dal canto loro, guardano all’apparecchio con animo misto di timore, ammirazione, illusoria aspettativa di una sua funzione salvifica.
È la critica alla cieca fiducia nell’artificiale, nell’inorganico, e anche alla passiva accettazione generata dal timore del contagio di qualunque soluzione o prescrizione, anche se incomprensibile o insensata, che ci viene imposta d’autorità e senza offrire nessuno strumento per una valutazione autonoma e una scelta consapevole.
‘Modernizzazione’ è nome che viene dato a una definizione e rigida e servile del possibile.
Alain Badiou
L’opera, realizzata ad olio su tela, rappresenta un gruppo di persone con lo sguardo rivolto verso l’alto ad osservare la figura, frammentata e scomposta, di un ‘cane robot’, automa che in alcuni paesi asiatici è divenuto strumento di controllo del rispetto delle disposizioni anti-pandemia.
Alla destra si intravede la forma evanescente di un cane, simulacro dell’essere biologico, dell’animale vivente, estromesso e obliterato dal suo surrogato tecnologico.
L’intento è quello di soffermare l’attenzione sul rapporto tra le persone e le macchine che si è venuto a creare in ragione della situazione emergenziale indotta dalla pandemia. L’immagine parcellizzata della ‘macchina’ rimanda non solo all’automa giallo-acceso introdotto dai governi orientali a presidio della sicurezza in luoghi aperti, ma a tutti i mezzi meccanici e tecnologici che in questo difficile periodo hanno assunto le più varie funzioni. Essa incombe sugli esseri umani, che si trovano in una posizione sottomessa, di soggezione e, dal canto loro, guardano all’apparecchio con animo misto di timore, ammirazione, illusoria aspettativa di una sua funzione salvifica.
È la critica alla cieca fiducia nell’artificiale, nell’inorganico, e anche alla passiva accettazione generata dal timore del contagio di qualunque soluzione o prescrizione, anche se incomprensibile o insensata, che ci viene imposta d’autorità e senza offrire nessuno strumento per una valutazione autonoma e una scelta consapevole.