opera
LIKE TREES IN THE WOODS
categoria | Installazione |
soggetto | Natura |
tags | specchio, artificio, natura, immersiva, spaesamento, virtuale, bosco, tecnologia |
base | 900 cm |
altezza | 700 cm |
profondità | 300 cm |
anno | 2024 |
Nel Bosco Incantato.
Nel suo capolavoro Ophelia, il preraffaellita John Everett Millais riportava su tela quel mito del bosco sacro tanto caro a Shakespeare, in particolare nel verso bucolicamente tragico del “salice che cresce di traverso a un ruscello e specchia le sue foglie nella vitrea corrente; qui ella venne, il capo adorno di strane ghirlande…”. Quei rami penduli e gli erbosi trofei che si riflettevano nel piangente fiume paiono rivivere nella suggestiva installazione dell’artista Michele D’Agostino “Like Trees In The Woods”, un bosco di querce tipiche del paesaggio italiano che crescono su una superficie specchiante di acciaio riflettendosi all’infinito e invitando lo spettatore in un environment che sembra inglobare tutto, natura e artificio, realtà e sogno. L’opera è uno spazio fisico e mentale, esperienza materica e al contempo fortemente concettuale in cui l’alta tecnologia partecipa al ciclo vitale dell’albero, archetipo di rinascita e mito che esprime il collegamento delle tre dimensioni spazio-esistenziali fondamentali: il mondo degli inferi (le radici sottoterra), la terra-mondo umano-naturale (il tronco) e il cielo (la chioma che si innalza e si apre verso l’alto).
D’Agostino sfida le leggi della Natura e crea un nuovo habitat, un ecosistema in cui convivono le esigenze dell’uomo di fronte alle sfide del millennio e di fronte ai richiami di salvaguardia dell’ambiente, con un effetto spiazzante e decontestualizzante per lo spettatore. Lo specchio, elemento che nella simbologia classica è spesso associato alla vanitas umana, nel mondo di D’Agostino diventa viatico alla autoconsapevolezza, di percezione sensoriale e avvicinamento all’interiorità. Il bosco, invece, attinge alla più ampia letteratura che anche nell’arte lo vede simbolo di rigenerazione, luogo magico e insidioso ma, proprio come nell’iconografia della “selva oscura” dantesca, itinerario di purificazione, catarsi e conoscenza.
Nella sua rappresentazione, D’Agostino recupera l’archetipo che, con lui e prima di lui, molti grandi artisti hanno sviscerato in capolavori scolpiti nell’immaginario: come metafora dell’inverno e della Grande Madre nell’Isola dei Morti del simbolista Arnold Böcklin, Weltanschauung romantica nel Cacciatore nella Foresta di Caspar David Friedrich dove la selva vigorosa si erge come paladina della libertà tedesca; e ancora, Natura evocatrice di temi spirituali simbolici di una cultura nascosta nelle Muse del bosco sacro del maestro nabis Maurice Denis. La forza evocatrice del bosco – che non sfugge alla performance (basti pensare alle “azioni” dell’artista cubana Ana Mendieta) e tantomeno al cinema (da The Tree of life di Malik a L’uomo che piantava gli alberi di Frederic Back) - nell’opera di D’Agostino ha una doppia valenza mitica e ancestrale, rimandando a un futuro prossimo in cui la presenza dell’uomo dovrà essere più osmotica, pena la sua stessa sopravvivenza. “Non meno che le statue divine dove splendono oro e avorio, adoriamo i boschi sacri e, in questi boschi, il silenzio”: lo diceva già Plinio il Vecchio duemila anni fa.
Testo di : Mimmo di Marzio
Materiali :quercie,acciao inox, luce, sistemi idraulici e legno.
Nel suo capolavoro Ophelia, il preraffaellita John Everett Millais riportava su tela quel mito del bosco sacro tanto caro a Shakespeare, in particolare nel verso bucolicamente tragico del “salice che cresce di traverso a un ruscello e specchia le sue foglie nella vitrea corrente; qui ella venne, il capo adorno di strane ghirlande…”. Quei rami penduli e gli erbosi trofei che si riflettevano nel piangente fiume paiono rivivere nella suggestiva installazione dell’artista Michele D’Agostino “Like Trees In The Woods”, un bosco di querce tipiche del paesaggio italiano che crescono su una superficie specchiante di acciaio riflettendosi all’infinito e invitando lo spettatore in un environment che sembra inglobare tutto, natura e artificio, realtà e sogno. L’opera è uno spazio fisico e mentale, esperienza materica e al contempo fortemente concettuale in cui l’alta tecnologia partecipa al ciclo vitale dell’albero, archetipo di rinascita e mito che esprime il collegamento delle tre dimensioni spazio-esistenziali fondamentali: il mondo degli inferi (le radici sottoterra), la terra-mondo umano-naturale (il tronco) e il cielo (la chioma che si innalza e si apre verso l’alto).
D’Agostino sfida le leggi della Natura e crea un nuovo habitat, un ecosistema in cui convivono le esigenze dell’uomo di fronte alle sfide del millennio e di fronte ai richiami di salvaguardia dell’ambiente, con un effetto spiazzante e decontestualizzante per lo spettatore. Lo specchio, elemento che nella simbologia classica è spesso associato alla vanitas umana, nel mondo di D’Agostino diventa viatico alla autoconsapevolezza, di percezione sensoriale e avvicinamento all’interiorità. Il bosco, invece, attinge alla più ampia letteratura che anche nell’arte lo vede simbolo di rigenerazione, luogo magico e insidioso ma, proprio come nell’iconografia della “selva oscura” dantesca, itinerario di purificazione, catarsi e conoscenza.
Nella sua rappresentazione, D’Agostino recupera l’archetipo che, con lui e prima di lui, molti grandi artisti hanno sviscerato in capolavori scolpiti nell’immaginario: come metafora dell’inverno e della Grande Madre nell’Isola dei Morti del simbolista Arnold Böcklin, Weltanschauung romantica nel Cacciatore nella Foresta di Caspar David Friedrich dove la selva vigorosa si erge come paladina della libertà tedesca; e ancora, Natura evocatrice di temi spirituali simbolici di una cultura nascosta nelle Muse del bosco sacro del maestro nabis Maurice Denis. La forza evocatrice del bosco – che non sfugge alla performance (basti pensare alle “azioni” dell’artista cubana Ana Mendieta) e tantomeno al cinema (da The Tree of life di Malik a L’uomo che piantava gli alberi di Frederic Back) - nell’opera di D’Agostino ha una doppia valenza mitica e ancestrale, rimandando a un futuro prossimo in cui la presenza dell’uomo dovrà essere più osmotica, pena la sua stessa sopravvivenza. “Non meno che le statue divine dove splendono oro e avorio, adoriamo i boschi sacri e, in questi boschi, il silenzio”: lo diceva già Plinio il Vecchio duemila anni fa.
Testo di : Mimmo di Marzio
Materiali :quercie,acciao inox, luce, sistemi idraulici e legno.