opera
SCRATCH
categoria | Fotografia |
soggetto | Astratto |
tags | |
base | 40 cm |
altezza | 30 cm |
profondità | 0 cm |
anno | 2003 |
L'immagine presentata si impone con la sua energia brutale e incisiva, un'istantanea di un'azione sedimentata nel tempo, un gesto che si trasforma in memoria urbana. Il finestrino di un treno della metropolitana si trasfigura in un palinsesto visivo, in cui il "segno" - lo scratch profondo e deciso - diventa un codice linguistico della contemporaneità metropolitana. Un atto di appropriazione dello spazio pubblico, un graffio che grida presenza, esistenza, resistenza. L'intensità del bianco e nero enfatizza il contrasto tra il vetro intaccato e la luce che lo attraversa, restituendo un'immagine dal carattere quasi grafico, come se la metropoli stessa parlasse attraverso il gesto anonimo di chi ha inciso queste linee.
Immaginiamo ora altre trenta fotografie simili, una serie che costruisce un alfabeto visivo di questi tag urbani, uno dopo l’altro, a comporre un poema metropolitano inciso sulla pelle della città. Ogni finestrino è una tela, ogni incisione è una firma senza nome, un manifesto della contemporaneità, della ribellione sotterranea che pulsa sotto le strade di New York. Qui il graffito si smaterializza, diventa puro segno astratto, una traccia grafica che evoca la tradizione dell’Action Painting di Pollock o le sperimentazioni gestuali dell’Informale europeo. Ma, a differenza di queste esperienze pittoriche, il gesto non è più quello dell’artista in studio: è quello del graffittaro che lascia la sua impronta nel fluire caotico della metropoli, nella velocità delle carrozze della subway che trasportano storie, corpi, identità.
La modernità di questi scratch risiede nella loro essenza puramente segnica: l’assenza di colore e la reiterazione del tratto li rendono qualcosa di diverso rispetto al graffito tradizionale. Non c’è figurazione, non c’è lettering decorativo, non ci sono spray che esplodono in campiture cromatiche. Qui tutto è sintesi, è un codice ridotto all’osso, quasi un linguaggio segreto della strada, una scrittura asemica che trasforma la superficie liscia del vetro in un campo di battaglia visiva.
Nelle stazioni della metropolitana di New York, questi graffi si moltiplicano, creando un archivio di gesti spontanei, una mappatura della presenza umana. Ogni incisione è un’azione irreversibile, una sorta di ferita sulla pelle del mezzo pubblico, un’impronta del passaggio di un individuo che sceglie di lasciare un segno della propria esistenza. In un’epoca dominata dal digitale, dove le immagini si dissolvono in un flusso continuo e immateriale, questi scratch sono una forma di resistenza concreta, una scrittura incisa che non può essere cancellata con un click, un gesto primordiale che riafferma la fisicità del segno nell’era dell’effimero.
File digitale
Immaginiamo ora altre trenta fotografie simili, una serie che costruisce un alfabeto visivo di questi tag urbani, uno dopo l’altro, a comporre un poema metropolitano inciso sulla pelle della città. Ogni finestrino è una tela, ogni incisione è una firma senza nome, un manifesto della contemporaneità, della ribellione sotterranea che pulsa sotto le strade di New York. Qui il graffito si smaterializza, diventa puro segno astratto, una traccia grafica che evoca la tradizione dell’Action Painting di Pollock o le sperimentazioni gestuali dell’Informale europeo. Ma, a differenza di queste esperienze pittoriche, il gesto non è più quello dell’artista in studio: è quello del graffittaro che lascia la sua impronta nel fluire caotico della metropoli, nella velocità delle carrozze della subway che trasportano storie, corpi, identità.
La modernità di questi scratch risiede nella loro essenza puramente segnica: l’assenza di colore e la reiterazione del tratto li rendono qualcosa di diverso rispetto al graffito tradizionale. Non c’è figurazione, non c’è lettering decorativo, non ci sono spray che esplodono in campiture cromatiche. Qui tutto è sintesi, è un codice ridotto all’osso, quasi un linguaggio segreto della strada, una scrittura asemica che trasforma la superficie liscia del vetro in un campo di battaglia visiva.
Nelle stazioni della metropolitana di New York, questi graffi si moltiplicano, creando un archivio di gesti spontanei, una mappatura della presenza umana. Ogni incisione è un’azione irreversibile, una sorta di ferita sulla pelle del mezzo pubblico, un’impronta del passaggio di un individuo che sceglie di lasciare un segno della propria esistenza. In un’epoca dominata dal digitale, dove le immagini si dissolvono in un flusso continuo e immateriale, questi scratch sono una forma di resistenza concreta, una scrittura incisa che non può essere cancellata con un click, un gesto primordiale che riafferma la fisicità del segno nell’era dell’effimero.
File digitale