opera
Skin of silence
| categoria | Pittura |
| soggetto | Architettura, Astratto, Figura umana |
| tags | architettura, pelle, interiorità, mente umana, gabbia, gabbie interiori, olio, acrilico, acciaio, geometrico, skin, architecture, human, human mind, cage, oil, acrylic, steel, geometry, interiority, inside us |
| base | 60 cm |
| altezza | 80 cm |
| profondità | 2 cm |
| anno | 2025 |
tecnica mista - olio, tempera, acrilico, acciaio su tela
La gabbia è parte di un disegno planimetrico, una struttura geometrica che sembra oscillare tra l’idea di connessione e quella di separazione.
Il metallo rettangolare si dispone come un modulo architettonico incompleto, un tracciato che si apre e si chiude, suggerendo al tempo stesso possibilità di passaggio e barriere invisibili.
Il fondo, di un rosa caldo e irregolare, richiama il colore della pelle umana. Questo elemento non è un semplice sfondo cromatico, ma una presenza viva che avvolge e compenetra la struttura.
È come se la gabbia non fosse collocata nello spazio esterno, ma fosse inscritta nella nostra stessa materia, parte integrante del corpo e dell’identità.
Il lavoro si muove così in una zona di confine tra architettura e anatomia, tra il disegno tecnico di uno spazio e la mappa intima di un sé.
La rigidità delle linee si contrappone alla vibrazione organica del fondo. Il contrasto tra questi due linguaggi visivi apre una riflessione sulla natura ambigua dei limiti: quelli che ci proteggono e, nello stesso tempo, ci imprigionano.
In questa tensione, lo spettatore è invitato a interrogarsi su quanto delle proprie gabbie sia costruito dal mondo esterno e quanto sia invece radicato, ineliminabile, nella propria pelle.
La gabbia è parte di un disegno planimetrico, una struttura geometrica che sembra oscillare tra l’idea di connessione e quella di separazione.
Il metallo rettangolare si dispone come un modulo architettonico incompleto, un tracciato che si apre e si chiude, suggerendo al tempo stesso possibilità di passaggio e barriere invisibili.
Il fondo, di un rosa caldo e irregolare, richiama il colore della pelle umana. Questo elemento non è un semplice sfondo cromatico, ma una presenza viva che avvolge e compenetra la struttura.
È come se la gabbia non fosse collocata nello spazio esterno, ma fosse inscritta nella nostra stessa materia, parte integrante del corpo e dell’identità.
Il lavoro si muove così in una zona di confine tra architettura e anatomia, tra il disegno tecnico di uno spazio e la mappa intima di un sé.
La rigidità delle linee si contrappone alla vibrazione organica del fondo. Il contrasto tra questi due linguaggi visivi apre una riflessione sulla natura ambigua dei limiti: quelli che ci proteggono e, nello stesso tempo, ci imprigionano.
In questa tensione, lo spettatore è invitato a interrogarsi su quanto delle proprie gabbie sia costruito dal mondo esterno e quanto sia invece radicato, ineliminabile, nella propria pelle.











