The Vortices
The Vortices emerge as spaces of collapse and regeneration. They do not represent movement: they contain it. They are motions of the soul, fields of emotional tension in which each vortex is born from an emotion and, in turn, generates emotion. Surreal mental landscapes where time bends and identity disintegrates only to recompose itself. Each vortex is an act of crossing: it is not observed, it is entered.
Each individual work holds its own autonomous story, a distinct emotional fragment, yet all are situated within a single trajectory: the experience of love as transformation. The vortices move through its three essential phases — falling in love, rupture, memory — not as a linear narrative, but as interior states that overlap, contaminate one another, and return.
In a time that demands archiving, simplification, and closure, the Vortices choose instead to remain: they inhabit what cannot be resolved, what continues to move within us even when everything appears still.
Falling in love is initial tension, attraction, loss of boundaries; rupture is implosion, disintegration, void; memory is what remains after the collapse — an unstable yet persistent form that continues to rotate within us. Each vortex retains one or more of these energies, as if emotional time could never truly proceed in a straight line. These three phases become visible not only through the internal storytelling of each work, but also through the chromatic matter itself: colors are vivid and intense in falling in love, muted and constricted in rupture, and finally transform into dreamy, delicate, suspended tones in the realm of memory.
The image originates from a precise inner vision. Artificial intelligence enters the process as a space of friction: it generates variations, deviations, errors. Through dozens of passages and attempts, the artist selects, corrects, and pushes the system until reaching the image that already existed in her mind. AI does not decide; it responds.
Through the QR code, the static artwork transforms into an immersive experience. The vortex becomes an environment, time dilates, and the viewer is drawn into a surreal and perceptually unstable world. Here the work opens, moves, breathes: the image is no longer observed — it is traversed, as happens with profound emotional experiences, which cannot be watched from the outside but must be lived, allowing them to transform us.
Each individual work holds its own autonomous story, a distinct emotional fragment, yet all are situated within a single trajectory: the experience of love as transformation. The vortices move through its three essential phases — falling in love, rupture, memory — not as a linear narrative, but as interior states that overlap, contaminate one another, and return.
In a time that demands archiving, simplification, and closure, the Vortices choose instead to remain: they inhabit what cannot be resolved, what continues to move within us even when everything appears still.
Falling in love is initial tension, attraction, loss of boundaries; rupture is implosion, disintegration, void; memory is what remains after the collapse — an unstable yet persistent form that continues to rotate within us. Each vortex retains one or more of these energies, as if emotional time could never truly proceed in a straight line. These three phases become visible not only through the internal storytelling of each work, but also through the chromatic matter itself: colors are vivid and intense in falling in love, muted and constricted in rupture, and finally transform into dreamy, delicate, suspended tones in the realm of memory.
The image originates from a precise inner vision. Artificial intelligence enters the process as a space of friction: it generates variations, deviations, errors. Through dozens of passages and attempts, the artist selects, corrects, and pushes the system until reaching the image that already existed in her mind. AI does not decide; it responds.
Through the QR code, the static artwork transforms into an immersive experience. The vortex becomes an environment, time dilates, and the viewer is drawn into a surreal and perceptually unstable world. Here the work opens, moves, breathes: the image is no longer observed — it is traversed, as happens with profound emotional experiences, which cannot be watched from the outside but must be lived, allowing them to transform us.
Vedo nei dettagli, ascolto i silenzi dei materiali, rincorro il respiro delle cose vive. L’arte, per me, è una forma di domanda, non di risposta.
Mi chiamo Fiona Sartoretto Verna e il mio percorso nasce dall’incontro tra architettura, paesaggio e ricerca artistica. Sono architetto di formazione, ma da sempre sento la necessità di attraversare i confini disciplinari per dare forma a ciò che non è immediatamente visibile: emozioni, fratture, trasformazioni, relazioni tra l’essere umano e il mondo che lo circonda.
Mi sono laureata in Architettura all’Università La Sapienza di Roma, ma una parte fondamentale della mia formazione è avvenuta fuori dall’Italia. Ho vissuto per tre anni in South Carolina, negli Stati Uniti, dove ho studiato pittura con Aj Finley McRee. Lì ho scoperto l’acrilico, il collage e la forza del colore puro, entrando in contatto con paesaggi selvaggi che hanno inciso profondamente sul mio modo di osservare la natura. Tornata a Roma, ho proseguito la mia ricerca all’Accademia RUFA, approfondendo le tecniche miste e la pittura a olio con Simonetta Gagliano.
La mia arte nasce da un dialogo costante tra natura e artificio, tra ciò che è vivo e ciò che l’uomo trasforma. Uso spesso materiali e strumenti contemporanei, anche digitali, per riflettere sull’impatto umano sull’ambiente e sulle dinamiche emotive del nostro tempo. L’intelligenza artificiale entra nel mio processo come strumento collaborativo: non sostituisce la visione, ma mi aiuta a tradurre immagini interiori complesse in esperienze visive e immersive.
Negli ultimi lavori, le opere si espandono oltre la superficie pittorica: attraverso QR code, il pubblico può scegliere se restare osservatore o entrare nell’opera, attraversarla, viverla come spazio emotivo. Mi interessa che l’arte non sia solo vista, ma abitata.
Porto con me anche un’eredità affettiva importante: mia nonna, Lea Razzetti Galvan, era pittrice e le sue opere vivono oggi in collezioni private in diversi Paesi. Da lei ho imparato l’intuito e l’ascolto di ciò che non ha ancora forma.
Ho esposto in mostre personali e collettive, l'ultima conclusa lo scorso 10 gennaio 2026 a Roma in Via Margutta Oltre me in me, altre personali tra cui Il Respiro dei Fiori e Radici di Blu nel 2025, e continuo a considerare ogni progetto come una tappa di un percorso in evoluzione. Non cerco risposte definitive, ma spazi di consapevolezza. Se le mie opere riescono ad attivare una risonanza emotiva in chi guarda, allora il dialogo ha avuto inizio.
Mi chiamo Fiona Sartoretto Verna e il mio percorso nasce dall’incontro tra architettura, paesaggio e ricerca artistica. Sono architetto di formazione, ma da sempre sento la necessità di attraversare i confini disciplinari per dare forma a ciò che non è immediatamente visibile: emozioni, fratture, trasformazioni, relazioni tra l’essere umano e il mondo che lo circonda.
Mi sono laureata in Architettura all’Università La Sapienza di Roma, ma una parte fondamentale della mia formazione è avvenuta fuori dall’Italia. Ho vissuto per tre anni in South Carolina, negli Stati Uniti, dove ho studiato pittura con Aj Finley McRee. Lì ho scoperto l’acrilico, il collage e la forza del colore puro, entrando in contatto con paesaggi selvaggi che hanno inciso profondamente sul mio modo di osservare la natura. Tornata a Roma, ho proseguito la mia ricerca all’Accademia RUFA, approfondendo le tecniche miste e la pittura a olio con Simonetta Gagliano.
La mia arte nasce da un dialogo costante tra natura e artificio, tra ciò che è vivo e ciò che l’uomo trasforma. Uso spesso materiali e strumenti contemporanei, anche digitali, per riflettere sull’impatto umano sull’ambiente e sulle dinamiche emotive del nostro tempo. L’intelligenza artificiale entra nel mio processo come strumento collaborativo: non sostituisce la visione, ma mi aiuta a tradurre immagini interiori complesse in esperienze visive e immersive.
Negli ultimi lavori, le opere si espandono oltre la superficie pittorica: attraverso QR code, il pubblico può scegliere se restare osservatore o entrare nell’opera, attraversarla, viverla come spazio emotivo. Mi interessa che l’arte non sia solo vista, ma abitata.
Porto con me anche un’eredità affettiva importante: mia nonna, Lea Razzetti Galvan, era pittrice e le sue opere vivono oggi in collezioni private in diversi Paesi. Da lei ho imparato l’intuito e l’ascolto di ciò che non ha ancora forma.
Ho esposto in mostre personali e collettive, l'ultima conclusa lo scorso 10 gennaio 2026 a Roma in Via Margutta Oltre me in me, altre personali tra cui Il Respiro dei Fiori e Radici di Blu nel 2025, e continuo a considerare ogni progetto come una tappa di un percorso in evoluzione. Non cerco risposte definitive, ma spazi di consapevolezza. Se le mie opere riescono ad attivare una risonanza emotiva in chi guarda, allora il dialogo ha avuto inizio.










