The Plastic Flowers
The plastic flowers originate from a wound and a revelation.
They mark the point where beauty encounters limitation, where what is meant to protect gradually becomes a form of confinement. In this work, the object that once functioned as a vessel — a container, a shelter, a place of care — shifts its role and turns into a prison. Soft, transparent, seductive plastic wraps around the flower, holding it, tightening it, until any possibility of opening is denied.
These flowers inhabit enclosed spaces, much like emotions sometimes do.
Relationships that begin as refuge and become cages,
bonds that no longer nourish but continue to restrain,
forms of beauty that survive not through vitality, but through inertia.
Plastic — a material omnipresent in our contemporary world — takes on a precise symbolic role here: it becomes the place where something alive remains trapped. It simulates delicacy without ever granting it. It preserves, but does not allow evolution. It appears to protect, while quietly removing breath.
In creating these flowers, the artist is not addressing environmental issues alone. The work moves toward an emotional and existential dimension, speaking of what happens when affection becomes distorted, when a relationship no longer sustains but confines, when love — instead of opening — closes.
Within the exhibition Beyond Me, Within Me, the plastic flowers represent a moment of suspension and awareness: the precise instant in which one realizes that something is no longer breathing as it once did. They are luminous, formally intact, apparently beautiful. Yet they are prisoners.
In their silent stillness, they pose an unresolved question:
how often do we mistake protection for care,
permanence for love,
stability for life?
These flowers do not wither.
And for this very reason, they hurt.
Each work is accompanied by a QR code that activates an immersive digital dimension, extending the experience beyond the static image. The artworks are created through a layered process involving multiple artificial intelligence software systems, combining different images and visual elements through a digital collage approach. Across numerous iterations, selections, and corrections, the artist directs the system toward a form that aligns with her inner vision, transforming the digital process into emotional and perceptual matter.
They mark the point where beauty encounters limitation, where what is meant to protect gradually becomes a form of confinement. In this work, the object that once functioned as a vessel — a container, a shelter, a place of care — shifts its role and turns into a prison. Soft, transparent, seductive plastic wraps around the flower, holding it, tightening it, until any possibility of opening is denied.
These flowers inhabit enclosed spaces, much like emotions sometimes do.
Relationships that begin as refuge and become cages,
bonds that no longer nourish but continue to restrain,
forms of beauty that survive not through vitality, but through inertia.
Plastic — a material omnipresent in our contemporary world — takes on a precise symbolic role here: it becomes the place where something alive remains trapped. It simulates delicacy without ever granting it. It preserves, but does not allow evolution. It appears to protect, while quietly removing breath.
In creating these flowers, the artist is not addressing environmental issues alone. The work moves toward an emotional and existential dimension, speaking of what happens when affection becomes distorted, when a relationship no longer sustains but confines, when love — instead of opening — closes.
Within the exhibition Beyond Me, Within Me, the plastic flowers represent a moment of suspension and awareness: the precise instant in which one realizes that something is no longer breathing as it once did. They are luminous, formally intact, apparently beautiful. Yet they are prisoners.
In their silent stillness, they pose an unresolved question:
how often do we mistake protection for care,
permanence for love,
stability for life?
These flowers do not wither.
And for this very reason, they hurt.
Each work is accompanied by a QR code that activates an immersive digital dimension, extending the experience beyond the static image. The artworks are created through a layered process involving multiple artificial intelligence software systems, combining different images and visual elements through a digital collage approach. Across numerous iterations, selections, and corrections, the artist directs the system toward a form that aligns with her inner vision, transforming the digital process into emotional and perceptual matter.
Vedo nei dettagli, ascolto i silenzi dei materiali, rincorro il respiro delle cose vive.
La mia ricerca artistica nasce dal tentativo di dare forma a ciò che non è visibile: emozioni, tensioni e trasformazioni che attraversano l’essere umano. Il vortice è diventato il linguaggio attraverso cui traduco queste energie, uno spazio di attraversamento in cui materia, memoria e percezione entrano in relazione.
Mi chiamo Fiona Sartoretto Verna e il mio percorso si sviluppa tra arte, architettura e sperimentazione immersiva. Sono architetto di formazione, ma ho sempre sentito la necessità di superare i confini disciplinari per costruire un linguaggio più libero, capace di muoversi tra pittura, immagine digitale, video e installazione. Mi sono laureata in Architettura all’Università La Sapienza di Roma, ma una parte fondamentale della mia formazione è avvenuta negli Stati Uniti, in South Carolina, dove ho studiato pittura con l’astrattista Aj Finley McRee. In quel contesto, immersa nei paesaggi selvaggi della Lowcountry americana, ho iniziato a sperimentare il colore, il collage e una pittura più istintiva e gestuale. Tornata a Roma, ho approfondito le tecniche pittoriche tradizionali all’Accademia RUFA con Simonetta Gagliano. Successivamente i viaggi e il mio lavoro di architetto mi hanno portata ad attraversare culture, paesaggi e forme artistiche differenti, alimentando una ricerca sempre più aperta alla contaminazione dei linguaggi.
Oggi il mio lavoro si concentra sulla relazione tra esperienza emotiva, trasformazione percettiva e immersione. Le opere nascono spesso come immagini, ma si espandono attraverso video, QR code e strumenti digitali, trasformandosi in spazi da attraversare più che da osservare. L’intelligenza artificiale entra nel mio processo creativo come estensione del gesto e della visione: non sostituisce l’artista, ma amplifica la possibilità di tradurre immagini interiori e tensioni emotive in esperienze sensoriali contemporanee.
Mi interessa che l’arte non sia soltanto vista, ma abitata. Porto con me anche un’eredità affettiva importante: mia nonna, Lea Razzetti Galvan, era pittrice e le sue opere vivono oggi in collezioni private in diversi Paesi. Da lei ho imparato l’intuito, il rapporto con il colore e l’ascolto di ciò che ancora non ha forma.
Negli ultimi anni ho esposto in mostre personali e collettive, tra cui Oltre me in me a Via Margutta - Roma, Il Respiro dei Fiori e Radici di Blu. Ogni progetto rappresenta una tappa di una ricerca in continua evoluzione, che non cerca risposte definitive ma esperienze capaci di generare risonanze emotive e consapevolezza.
Il vortice, per me, è la forma visibile delle forze invisibili che attraversano l’essere umano.
La mia ricerca artistica nasce dal tentativo di dare forma a ciò che non è visibile: emozioni, tensioni e trasformazioni che attraversano l’essere umano. Il vortice è diventato il linguaggio attraverso cui traduco queste energie, uno spazio di attraversamento in cui materia, memoria e percezione entrano in relazione.
Mi chiamo Fiona Sartoretto Verna e il mio percorso si sviluppa tra arte, architettura e sperimentazione immersiva. Sono architetto di formazione, ma ho sempre sentito la necessità di superare i confini disciplinari per costruire un linguaggio più libero, capace di muoversi tra pittura, immagine digitale, video e installazione. Mi sono laureata in Architettura all’Università La Sapienza di Roma, ma una parte fondamentale della mia formazione è avvenuta negli Stati Uniti, in South Carolina, dove ho studiato pittura con l’astrattista Aj Finley McRee. In quel contesto, immersa nei paesaggi selvaggi della Lowcountry americana, ho iniziato a sperimentare il colore, il collage e una pittura più istintiva e gestuale. Tornata a Roma, ho approfondito le tecniche pittoriche tradizionali all’Accademia RUFA con Simonetta Gagliano. Successivamente i viaggi e il mio lavoro di architetto mi hanno portata ad attraversare culture, paesaggi e forme artistiche differenti, alimentando una ricerca sempre più aperta alla contaminazione dei linguaggi.
Oggi il mio lavoro si concentra sulla relazione tra esperienza emotiva, trasformazione percettiva e immersione. Le opere nascono spesso come immagini, ma si espandono attraverso video, QR code e strumenti digitali, trasformandosi in spazi da attraversare più che da osservare. L’intelligenza artificiale entra nel mio processo creativo come estensione del gesto e della visione: non sostituisce l’artista, ma amplifica la possibilità di tradurre immagini interiori e tensioni emotive in esperienze sensoriali contemporanee.
Mi interessa che l’arte non sia soltanto vista, ma abitata. Porto con me anche un’eredità affettiva importante: mia nonna, Lea Razzetti Galvan, era pittrice e le sue opere vivono oggi in collezioni private in diversi Paesi. Da lei ho imparato l’intuito, il rapporto con il colore e l’ascolto di ciò che ancora non ha forma.
Negli ultimi anni ho esposto in mostre personali e collettive, tra cui Oltre me in me a Via Margutta - Roma, Il Respiro dei Fiori e Radici di Blu. Ogni progetto rappresenta una tappa di una ricerca in continua evoluzione, che non cerca risposte definitive ma esperienze capaci di generare risonanze emotive e consapevolezza.
Il vortice, per me, è la forma visibile delle forze invisibili che attraversano l’essere umano.



















