Intervista a Emilio Vavarella, vincitore di exibart prize

Emilio Vavarella

Quando mi è stato chiesto dall’editore di intervistare il vincitore dell’exibart prize scelto dalla giuria, e mi è stato fatto subito dopo il nome di Emilio Vavarella, sono rimasto particolarmente contento. Lo confesso. Con Emilio ho una lunga consuetudine, che parte dal suo inserimento nel 2018 nel mio primo focus sull’arte emergente italiana (il “222 artisti emergenti su cui investire”, exibart.edizioni) fino al collateral che ho curato con Federico Bomba ad ArtVerona 2019 dal titolo Amazon’s Cabinet of Curiosities (Algorithmic Enquiry n.1), nato dal dialogo tra Emilio e Amazon Alexa.
Prendo il cellulare, digito il numero statunitense di Emilio, e lo “raggiungo” alla Harvard University.

Ritratto di Emilio Vavarella. Photo © Alessia Rollo

Cosa stavi facendo quando hai saputo di aver vinto l’exibart prize?
«Ero appena tornato dal primo giro in moto della stagione. In Massachusetts è finalmente arrivata la primavera».

Quali aspettative hai da questa vittoria?
«Mi interessa la possibilità di sviluppare una collaborazione strutturata nel tempo e di ampio respiro».

Come definiresti Emilio Vavarella?
«Artista e ricercatore».

Dove vorresti essere nato e dove vorresti vivere?
«Non cambierei nulla del mio percorso: né dove sono nato, né dove vivo. Ho passato circa un terzo della mia vita nel nord Italia, un terzo nel Meridione, e un terzo all’estero. E devo molto a quello che ho assorbito dai luoghi in cui ho vissuto».

Emilio Vavarella, THE GOOGLE TRILOGY – 1.Report a Problem, 2012. 100 fotografie. Stampe a sublimazione su alluminio. Dimensioni variabili. Installazione. X:216cm; Y:1224cm (in tutto). Veduta dell’installazione presso MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna

Quando si è sviluppato il tuo interesse per l’arte?
«Io ho sempre saputo di voler fare l’artista, anche prima di sapere che l’arte fosse una disciplina, un lavoro, una professione, una carriera. Ho sempre cercato di scoprire qualcosa di nuovo, e di usare gli strumenti a mia disposizione in un modo inaspettato. Questa è per me l’essenza del fare arte».

Emilio Vavarella, RE: Animation, 2017. Installazione composta da vari elementi. HD video, portfolio fotografico, libro, documenti, suono. Veduta dell’installazione presso Harvard Art Museums

Quali sono gli artisti e le opere che più ti hanno influenzato?
«Innanzitutto Marcel Duchamp, per la sua capacità di spostare l’attenzione dalla tecnica al concetto. Se invece andiamo indietro nel tempo arriviamo a Leonardo e alla sua infinita curiosità per fenomeni e invenzioni di ogni tipo».

Qual è stato l’incontro più significativo per la tua formazione?
«L’incontro con la Rete. Internet resta la mia fonte principale di informazione e ispirazione, ed è il medium che prima di ogni altro rende il mio lavoro possibile».

Emilio Vavarella, THE GOOGLE TRILOGY – 3.The Driver and the Cameras, 2012. Stampa a sublimazione su alluminio. 11 elementi. Diametro di ciascuna foto: 20cm. Veduta dell’installazione presso The Photographers’ Gallery, Londra

Qual è la tua giornata tipo?
«Ho varie routine e, perdonami l’allitterazione, tanti ‘tipi’ di ‘giornata tipo.’ Molto dipende dai progetti in corso in un dato periodo. L’unica cosa che le mie giornate hanno sempre in comune è una lista di cose da fare e provare».

Hai dei riti particolari quando lavori?
«Non credo».

C’è uno spazio per l’imprevisto nel tuo lavoro?
«Sempre. L’imprevisto è una fonte costante di ispirazione e riflessione, tanto pratica quanto concettuale».

Emilio Vavarella, The Sicilian Family (Foto n.26/44), 2012-2013. Stampa per sublimazione su alluminio

Hai mai paura di fare quello che fai?
«Non ho mai avuto paura di fare quello che faccio, ma ho avuto timore di non poterlo fare nel migliore dei modi. La mia risposta naturale a questa sensazione è sempre stata più impegno e un rinnovato senso di responsabilità».

Il tuo lavoro coniuga diversi elementi appartenenti a differenti discipline tecnico-scientifiche: informatica, biologia, lo studio di nuovi materiali. Perché hai scelto questo percorso di ricerca? E tutto questo come si traduce in un’opera d’arte?
«A me interessa innanzitutto fare luce sulla condizione umana, e credo che per farlo ci sia bisogno di partire dalla condizione tecnologica, ovvero dalla condizione più propriamente nostra. Siamo gli unici animali, infatti, la cui esistenza è costantemente ridefinita dalla produzione tecnologica. Per me lavorare con la tecnologia diventa una necessità più che una scelta, perché è il modo migliore per porre le domande che reputo più stringenti e per proporre le mie ipotesi e riflessioni. Dal punto di vista del mio modus operandi, mi interessa spingere materiali e concetti fino al loro punto di rottura, logorare i loro limiti interni, sfiorando quella soglia o punto di non ritorno che marca un limite tecnico o epistemologico. Durante questa fase di messa in opera, i materiali o le tecnologie su cui lavoro vengono stressati fino a raggiungere il loro limite interno. L’opera è quel che resta di un processo creativo che si stabilizza solo quando forma e contenuto raggiungono un certo equilibrio».

È possibile considerare l’arte uno strumento funzionale per l’umanità, oltre che estetico? «Certamente sì. Ma bisogna fare molta attenzione. Abbiamo già a disposizione innumerevoli categorie di cose funzionali che pure presentano qualità artistiche, dal design all’architettura. Ma imporre al lavoro di un artista una precisa funzionalità implicherebbe affermare che l’artista ha a priori un certo set di obiettivi. Questo alla lunga trasformerebbe l’arte in un sottoprodotto del design o dell’intrattenimento. Preferisco invece che la funzione dell’arte contemporanea resti ambigua, aperta, e che cambi di opera in opera».

In che modo l’arte può aiutarci a cambiare il nostro modo di vivere utilizzando la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica, per un futuro migliore, più rispettoso dell’ambiente e delle forme di vita non umane?
«Iniziando da uno spostamento post-antropocentrico del nostro punto di vista e proseguendo con un’espansione del nostro orizzonte concettuale. Ma una risposta adeguata alla tua domanda necessiterebbe di più spazio».

Con chi vorresti fare un duetto artistico? Un progetto a quattro mani?
«Devo pensarci un po’. Ti farò sapere!».

Emilio Vavarella, The Digital Skin Series (Foto n.3/18), 2016. Stampa a sublimazione su alluminio

Qual è la critica più forte che senti di fare al sistema della cultura e dell’arte di oggi?
«Credo manchi di coesione e di gioco di squadra. E credo che il sistema nella sua interezza beneficerebbe molto dalla realizzazione di reti sinergiche tra musei, fondazioni, università, associazioni, e così via. Qualcosa si sta facendo, e anche io nel mio piccolo faccio quello che posso per generare opportunità di collaborazione trasversale tra più soggetti».

Che cosa pensi del rapporto tra l’arte contemporanea e la politica?
«Penso che l’arte sia sempre politica. Tanto nella sua capacità di esprimere possibilità future, quanto nella sua capacità di riflettere le realtà politiche del passato e del presente. In quest’ottica, la sua valenza è duplice e dunque ancora più preziosa».

Programmi futuri?
«Nell’immediato sto lavorando alla mia seconda mostra personale con GALLLERIAPIÙ, in collaborazione con Ramdom e il MAMbo di Bologna; inoltre a un progetto per il Premio Fattori Contemporaneo. Ho anche in programma una collettiva all’Hermitage di San Pietroburgo e un’altra al MOMus – Experimental Arts Center di Salonicco. Sto poi lavorando su due progetti online, uno in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e uno per la Fondazione Imago Mundi. Per quanto riguarda il futuro prossimo, invece, continuo con la mia tesi di dottorato ad Harvard sul rapporto tra tecnologia e pensiero».

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26 Marzo 2021
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