opera
CICATRICE NERA – GAZA DILANIATA, SOSPESA, TRA MARE (CHIUSO) E DESERTO
| categoria | Pittura |
| soggetto | Paesaggio, Politico/Sociale |
| base | 100 cm |
| altezza | 100 cm |
| profondità | 12 cm |
| anno | 2025 |
Tecnica mista: acrilico, pece, legno, frammenti di materiali organici, metallici e sintetici su mdf
Una striscia di pece segna profondamente l'opera, come una ferita incisa nella carne del mondo. Gaza, ridotta a simbolo e allo stesso tempo realtà viva, emerge come un corpo attraversato, contratto tra il blu del mare e il pallore, accecante, della sabbia. La materia è protagonista assoluta: sabbia, bitume, frammenti, legno – tutti elementi per dare voce a ciò che è troppo spesso ridotto al silenzio.
Il gesto artistico si fa qui anche gesto politico. La pece, materiale denso, oscuro e viscoso, “che tutto penetra, come condanna incisa”, non è solo sostanza: è metafora di oppressione, di oscuramento, di cancellazione di un popolo, di una colpa che si attacca e non si lava via. Una striscia di pece tra una terra rubata e un mare visibile, ma impraticabile, bello, ma vietato. Un’altra striscia, di legno grezzo, nodoso, traversa poi lo spazio pittorico; una traccia naturale, di vita e di riscatto, ma che è anche simbolo di frontiera, di barriera: mare chiuso infatti, simbolo di assedio. La Striscia di Gaza è trattata quindi non come oggetto di mappa, ma come soggetto di memoria e denuncia: viva, resistente, irriducibile.
In un angolo, in equilibrio precario, compare la bandiera palestinese. Non è centro visivo ma cuore pulsante: un dettaglio che grida. Un atto di testimonianza visiva, fragile e radicale allo stesso tempo.
Una striscia di pece segna profondamente l'opera, come una ferita incisa nella carne del mondo. Gaza, ridotta a simbolo e allo stesso tempo realtà viva, emerge come un corpo attraversato, contratto tra il blu del mare e il pallore, accecante, della sabbia. La materia è protagonista assoluta: sabbia, bitume, frammenti, legno – tutti elementi per dare voce a ciò che è troppo spesso ridotto al silenzio.
Il gesto artistico si fa qui anche gesto politico. La pece, materiale denso, oscuro e viscoso, “che tutto penetra, come condanna incisa”, non è solo sostanza: è metafora di oppressione, di oscuramento, di cancellazione di un popolo, di una colpa che si attacca e non si lava via. Una striscia di pece tra una terra rubata e un mare visibile, ma impraticabile, bello, ma vietato. Un’altra striscia, di legno grezzo, nodoso, traversa poi lo spazio pittorico; una traccia naturale, di vita e di riscatto, ma che è anche simbolo di frontiera, di barriera: mare chiuso infatti, simbolo di assedio. La Striscia di Gaza è trattata quindi non come oggetto di mappa, ma come soggetto di memoria e denuncia: viva, resistente, irriducibile.
In un angolo, in equilibrio precario, compare la bandiera palestinese. Non è centro visivo ma cuore pulsante: un dettaglio che grida. Un atto di testimonianza visiva, fragile e radicale allo stesso tempo.











